Note sul lavoro di Daniela Nanciulescu
di Angela Madesani
(in occasione della mostra alla Galleria Spaziotemporaneo, 2006)

A proposito del lavoro di Daniela Nenciulescu raramente si è utilizzato l’aggettivo autobiografico. Certo potrebbe apparire inopportuno, di fronte a grandi e piccole sculture di acciaio, scomodare la sua storia personale. Ma credo sia arrivato il momento di farlo.
Un primo indizio è con i grandi silenziatori, che utilizza ormai da diversi anni. Si tratta di elementi industriali di acciaio, di grosse marmitte che qui verranno installate come se fossero i ballerini di una danza popolare rumena, la Hora. È, davvero la prima volta che Daniela torna alla cultura di cui è figlia, alla storia delle sue origini, del suo paese da cui è scappata, esule, alla fine degli anni sessanta.
È come se volesse trovare un filo rosso all’interno del suo percorso. Si tratta di uno scavo, di una ricerca nella profondità della sua memoria, dei suoi ricordi, della sua spiritualità più recondita. Così ha aperto i silenziatori in modo da creare loro degli abiti, quelle gonne a ruota, provviste di fasce, che si alzano durante il movimento vorticoso della danza. In cima spuntano dei lunghi colli di giraffa. Delle teste? Forse. Ha scatenato la fantasia, scomodato i ricordi, le lontane reminescenze di un mondo che non le appartiene più da molto tempo. Anche qui non c’è misurazione. Nenciulescu non misura, non fa disegni preparatori, bozzetti, anzi le carte, che qui saranno esposte derivano dalle sculture. E quindi vengono create con tagli di forbici ben assestati: nessun righello per tracciare la perfezione stucchevole delle righe. Si lavora al momento.
Il bozzetto è parte integrante della cultura plastica, una cultura che a lei non appartiene per formazione, vi è approdata alla metà degli anni novanta, in maniera quasi casuale. Ha realizzato una scatola in occasione della mostra Escatologica e si è sentita particolarmente in sintonia con quanto stava facendo, con la tridimensionalità. Nenciulescu nasce, invece con la pittura, una pittura materica, in cui a ben guardare sono molti elementi che sarebbero tornati successivamente.
Di fronte a una scultrice rumena sarebbe sin troppo facile trovare un apparentamento con Costantin Brancusi. Non sarebbe, comunque, corretto. Quel tipo di cultura non le appartiene. Piuttosto si sente legata a Alexander Calder e ancora di più a Louise Nevelson. Alla cultura dell’occidente che l’ha ospitata, insomma.
E qui arriviamo al nocciolo della questione. In tutta la sua ricerca è una tensione alla libertà, alla spoliazione da una coercizione del corpo certo, ma prima ancora di più dell’anima. Come una novella platonica. Così quando ha deciso, in passato, di lavorare con il plexiglas, è stato come sbarazzarsi del peso della materia. E quel tipo di materiale le ha permesso di esprimere la, liberazione. Mi pare, in tal senso, significativo citare quanto ha detto Germano Celant1 a proposito dell’uso di questo materiale da parte della Nevelson in uno scritto di trentacinque anni fa: «L’adozione del plexiglas come materiale unico e globale proclama il superamento della condizione umana e la partecipazione, senza più implicazioni ambientali al “tutto” divino, trasparente e impalpabile. Si completa così l’ultima parte del programma, iniziato negli anni Quaranta. Il mito soterologico della redenzione dello sciamano e del suo fare è attuata. Il “mysterium magnum” è raggiunto. In certa maniera si può affermare che la Nevelson in queste sculture è approdata, grazie all’alchimia creativa, a un altro piano dell’esistenza».
Il suo è un tentativo di fuga dagli obblighi, dalle imposizioni, dai diktat. Nenciulescu apre, scava, vuole liberare, entrare nella profondità delle cose. Nei suoi lavori è alternanza di pieni e di vuoti. Gli oggetti a cui dà vita potrebbero continuare. Tutto deve potere essere prolungato all’infinito, in altezza e in larghezza. I lavori possono essere grandissimi e piccolissimi: la dimensione non è vincolante per il senso delle cose.
In lei è sete di libertà. Libertà incondizionata. Forse utopia. Ma è l’utopia a cui l’arte in taluni casi tende. Al grande sogno. Alla possibilità che in altro modo non sarebbe dato. Fa parte del gioco.
A Nenciulescu piacerebbe aprire una nave, tagliarla, entrare nel suo profondo, nella sua pancia, nei suoi visceri, come fa con i pezzi industriali. Mi pare giusto sottolineare ancora una volta, anche se è già stato fatto, che lei non utilizza materiali di scarto, objet trouvé, piuttosto si serve direttamente dalle industrie di oggetti ancora in produzione. Va a cercare pezzi a cui offre una vita diversa, ne muta il cammino, la destinazione, dà loro un’altra possibilità. Come non rintracciare anche qui l’autobiografia? Ansia di mutamento delle ferree regole prestabilite.
Un silenziatore, una marmitta non hanno altra funzione se non quella per cui sono state costruite. Il ragionamento non fa una piega, ma Nenciulescu interviene a deviarne il corso. Come nelle grandi utopie illuministe. Così ha fatto della sua vita. Destinata a un certo percorso ha attuato una sua piccola-grande rivoluzione personale. Senza clamore. Se n’è andata diciassettenne dal suo paese, dove non le venivano concesse molte cose e non vi ha più fatto ritorno. Con l’incoscienza giocosa di quell’età, conscia sino a un certo punto.
Nenciulescu è affascinata dalle grandi misure, dalle avventure, ma si appassiona anche alle piccole cose, alle sculture che stanno in un palmo di mano. In tutto questo pieno e vuoto, leggero e pesante, forte e debole si alternano in un rapporto dialettico di grande forza.
Nei suoi lavori non sono cornici, sono avvertite come un limite, una pressocchè inutile coercizione, un accessorio di cui si può, si deve fare a meno come di quasi tutti i limiti, le barriere che imprigionano il corpo e soprattutto lo spirito.