(Galleria Excalibur, Solcio di Lesa, 2005)

Agglomerati e rampe. Sono i temi che hanno ispirato Daniela Nenciulescu nella creazione del nuovo ciclo di sculture, tubi di acciaio, giunture meccaniche e “sezioni aeree” quasi ricamate nel vuoto e ottenute dall’incedere della roditrice sulla lastra. Posate a terra nello studio tra gli attrezzi di lavoro senza la base sulla quale verranno appoggiate nella mostra, si offrono alla visione con leggerezza, il tratto curvo del tubo, l’angolo che piega brusco quasi a novanta gradi, la tensione che sbilancia volutamente la composizione nella parte estrema, la struttura a T da cui nascono sequenze ritmiche di quattro, cinque elementi filiformi, ottenuti da fogli di acciaio piegati con le mani e bloccati con l’aiuto di una morsa. Agglomerati – li ha definiti l’artista – che nascono dall’immediatezza dell’idea nel modo in cui accade in una parte della ricerca scultorea contemporanea con la quale Nenciulescu condivide anche la maniacalità nella sovrapposizione delle parti e la molteplicità dei punti di vista.
Come è stato più volte sottolineato l’artista si serve di serbatoi, marmitte, timoni “prelevati” dalla realtà della fabbricazione industriale in serie. Una sorta di affezione la sua, considerato che non si tratta mai di materiale di scarto ma di “oggetti” ancora in produzione, sui quali poi interviene fisicamente, usando la roditrice senza alcun supporto, per sfidare l’acciaio.
È nata così la serie dei “silenziatori” della fine degli anni Novanta, intitolati Serbatoi di preghiera e Angeli nel giardino, marmitte per grandi gruppi elettrogeni poeticamente trasformati in simboli, l’interiorità e la meditazione. Vicina alla tradizione delle icone russe nella ripetizione di elementi simili in serie (Nenciulescu è di origine rumena) nel cambio di destinazione d’uso dell’oggetto attua uno spostamento che riguarda oltre il senso e il contenuto dell’opera anche lo spazio e svela a tratti il filo sottile di una microstoria. Sempre le sue sculture hanno mostrato una valenza iconografica volutamente ripetitiva, celando giochi tra poli opposti – forza e fragilità, pieno e vuoto – che non si esauriscono nell’aspetto formale, ma trovano in quello poetico – e linguistico – imprevedibili sfumature fantastiche. Come nel personaggio (ironico alter ego dell’artista?) col “pennacchio disciplinante” che compare nella serie di opere del 2002 esposte alla personale allo Spaziotemporaneo: sculture che già precorrono l’ultima ricerca qui proposta con basamenti leggeri – tubi “in cui scorre l’aria”, precisa l’artista e che sono già parte integrante dell’opera – da cui partono sottili aste, il personaggio filiforme dello “spirito cortese”: nella metafora della tradizione poetica cavalleresca esprime sia la ricerca artistica che uno stile di vita. 1
Oggi dopo una pausa di riflessione le opere di Daniela Nenciulescu riprendono il filo là dove s’era interrotto con nuovo vigore e inaspettate soluzioni compositive, stilistiche e in alcuni casi narrative. La sequenza che determina l’aspetto formale delle sculture si è rafforzata nella ripetizione “all’infinito” dello stesso schema come nell’Agglomerato sottile, sbilanciato a sinistra, appoggiato su “una scatola di acciaio” – vuota – per restituire la leggerezza, la tensione delle forze che spingono verso sinistra, verso destra e verso l’alto. Così anche per gli altri “agglomerati”, che trovano alle estremità il loro punto di energia, mentre in Oasi – coi particolari delle curve e delle snodature a restituire il senso dello stupore e dell’isolamento infantile – e ne La traccia del libro – lo spazio sgombro delle pagine in acciaio teso nell’equilibrio di pieno e vuoto – il legame è ancora con la fase precedente della sua ricerca.
Insieme con il punto di vista abbassato, che muta a seconda di quello di osservazione, negli agglomerati c’è un altro elemento di grande novità e rottura: il colore. Il mondo in bianco e nero, “di nebbie e di ombre”, dalle tele della metà degli anni Novanta ad oggi, lascia spazio a note di bianco e di giallo. 2
Nenciulescu che sfida l’acciaio e ne ottiene forme impreviste ha timore del colore, forse per l’eredità della tradizione dei fondi oro delle icone. In realtà la preoccupazione di un eccessivo prevalere dell’aspetto cromatico è dettato dalla paura di perdere l’essenzialità del segno. Ecco perché la scelta del bianco, che tranquillizza, e del giallo, che invece rompe gli schemi, accentua l’espressività nella grande installazione, Hora, alla quale Nenciulescu sta lavorando (e che qui ancora non è esposta), i silenziatori dalle fessure lacerate dalla roditrice in cui si intravedono pennellate di vernice gialla disposte in cerchio come in un girotondo: un omaggio alla ballata popolare rumena, della quale l’opera è un riferimento diretto.
Il bianco e il giallo che compaiono come invitati inattesi ampliano in realtà il gioco di pieno e vuoto, rientrano consapevolmente nella tradizione della scultura contemporanea europea e americana che dei materiali industriali ha sperimentato anche gli effetti cromatici con l’uso di vernici e – meno consapevolmente – in quella del folklore rumeno che in queste opere torna a essere testimone di una consuetudine che si ricollega anche al suono e alla fonetica di un linguaggio che ritorna alle origini.
Nel bisogno di ricambio e destrutturazione continua si forma il suono muto di queste ultime opere, negli agglomerati e nelle sovrapposizioni degli elementi sospesi e tecnicamente raddoppiati nello spessore dell’acciaio per restituire (senza contraddizione) l’idea della leggerezza. Proprio nel gioco tra il rigore della struttura e la variante in parte accidentale in parte voluta alle estremità degli agglomerati (in cui si sommano tutte le tensioni) si nascondono una matrice compositiva, un suono, una circolarità tesi nella ricerca dell’ordine, per disattenderlo: come in Rampe, nuove forme nascono dalla traiettoria controllata ma mai progettata della roditrice, che Nenciulescu usa senza appoggio, lasciando scorrere la lama sull’acciaio.
La stessa volontà di cambiamento si fa ancora più evidente nelle carte che Nenciulescu ha realizzato dopo le sculture. Un processo inverso che nel suo caso consente una maggiore libertà manuale nel piegare la carta in segmenti ripetibili all’infinito. Si aggiunge la volontà di superare i confini dello spazio del foglio – sul quale l’artista inserisce le forme piegate e tagliuzzate – modificandolo in una forma irregolare, seguendo un procedimento di sottrazione che lascia sempre nuove possibilità. D’altra parte Nenciulescu che non usa mai la saldatrice nelle sue sculture nelle costruzioni in carta gode dell’aspetto più divertente, più giocoso della casualità, della direzione irregolare della piega, del segmento che per ora è ancora monocromatico: una sfida e una scommessa sul futuro.