(in occasione della mostra allo StudioDieci CityGallery di Vercelli, 2010)

Quando un taglio profondo squarcerà l’acciaio, quando sottili lame di luce filtreranno all’interno, quando sagome lunghe proietteranno ombre ramificate, proprio allora saranno visibili gli Spiriti dell’Est.
Un’installazione di grandi dimensioni, composta da più pezzi interscambiabili e dotati di un’autonomia propria, in cui Daniela Nenciulescu si misura con una dimensione nuova: l’occupazione dello spazio per linee diagonali.
L’utilizzo di uno scatolato come basamento porta alla costruzione di moduli in linea. L’accostamento libero di più pezzi, dà vita all’Esercito della Salvezza.
La disposizione nell’ambiente è soggetta a molti più vincoli rispetto a composizioni analoghe riferibili al passato, ma dà una dimostrazione tangibile dell’acquisizione di una maggiore sicurezza nell’uso dei volumi. Il pezzo singolo, pur nella sua tridimensionalità, si presta a visioni frontali che ne appiattiscono gli spessori conferendo al modulo di testa tutte le articolazioni degli elementi successivi. L’organizzare le strutture nella cubatura di un tessuto abitativo, restituisce un tutto tondo percorribile, con espansioni multiple nel sistema degli assi cartesiani. La percezione del colpo d’occhio si sintonizza su due differenti registri di lettura, mutevoli entrambi, al variare del punto di vista nel primo caso e, a livello più profondo, al modificarsi dell’allestimento nel secondo, con evidenti ripercussioni sulla forma finale del gruppo scultoreo.
Le aree di competenza dei singoli pezzi si definiscono sul pavimento, dove le linee dei basamenti tracciano i confini, frazionando lo spazio in sezioni geometriche spigolose e irregolari. Il resto si muove sull’altezza.
I tubi si elevano dalle basi in misure variabili. La roditrice li squarcia nel senso della lunghezza aprendoli parzialmente o tutti. Per alcuni si tratta di semplici tagli, per altri di vere amputazioni che interferiscono sull’integrità della circonferenza, mostrando in pieno la concavità dei cilindri. La verticalità dell’incisione si rompe in piccole fenditure orizzontali che disegnano grafici “asterischi”, assottigliando ulteriormente i corpi già esili. L’alfabeto stilistico scelto per la rottura delle superfici, non lascia concessioni a nessun tipo di rotondità. Le ferite inferte all’acciaio seguono precise le immaginarie traiettorie elaborate mentalmente dall’artista. Lavorare senza progetto, rinunciando al disegno preparatorio e alla realizzazione di bozzetti, richiede mente sgombra da composizioni fumose che correggono il tiro in corso d’opera e sicurezza nelle proprie capacità esecutive. Daniela Nenciulescu non è una scultrice complicata da molte teorie. Ama la sfida. E il materiale è il suo avversario. Nella difficoltà di piegarlo alle sue esigenze compositive emerge tutta la capacità costruttiva che sa imprimere ai tagli. Le interruzioni di materia generate dagli affondi della roditrice, bucano i “corpi” scultorei inglobando porzioni di vuoto nello spazio fisico della composizione. La sequenza dei pezzi diventa un’esigenza, una necessità di ritornare più volte sullo stesso nodo tematico e approfondirlo nelle sue varianti. Tre, cinque, sette elementi, qualche volta un unicum, fino a che tutto è portato in superficie e il discorso si esaurisce da solo.
L’unicum, il pezzo discordante, è quella rara anomalia che mina i ferrei dogmi dell’artista. Si tratta di una scultura che diventa tale grazie al semplice innesto in un corpo meccanico di un elemento che porta impresse determinate caratteristiche formali. L’appartenenza all’installazione la si desume dalle connotazioni segniche del taglio utilizzato nella sequenza, anche se poi resta un pezzo isolato in virtù di quel motore, di quel serbatoio, di quel generatore solitario che ha catturato l’interesse di Daniela proprio per le sue intrinseche “doti” plastiche. Vera e propria eccezione, dal momento che sovverte il criterio di scelta, altrimenti impostato sull’utilizzo di intere partite di componenti, recuperate direttamente dalla catena di montaggio dell’industria pesante.
La potenza sovraccarica del segno ridimensiona le valenze estetiche dei pezzi, mentre la decontestualizzazione annulla le evidenti funzioni originarie.
La morbida pelle esterna, grigia e vibrante, nasconde un interno trattato con acidi che portano in superficie una patina rugginosa dal sapore più duro, aggressivo. Il contrasto è evidente. Addirittura ribadito dal profilo di incisioni nette che mettono a nudo una tagliente anima argentea.
L’assenza di verniciatura restituisce l’integrità industriale dell’acciaio che, per niente ammorbidito, si offre senza mediazione alcuna. Anche il precedente rigoglio decorativo delle appendici, è smorzato e sostituito da poche linee che si slanciano solitarie, smilze, asciutte. Rimane l’elegante elasticità dei filamenti, che ondeggiano lievi al minimo spostamento d’aria.
Lo spazio continuo e deformabile di Daniela Nenciulescu accoglie la moltitudine dei “corpi” filiformi, che si schiera omogenea e scomposta insieme. Un piccolo plotone in cui ogni soggetto ha diritto a caratteristiche proprie: chi reclina la sommità, chi orienta le parti scontornate a sessanta, novanta, centottanta gradi, chi solleva disordinatamente le “braccia”…
Sottostanno, docili, al ritmo della composizione, per poi turbarne l’andamento con uno scarto improvviso. Un’apparente disciplina governata dal Caos: caos calcolato e voluto da Daniela Nenciulescu.

Post Scriptum
Ma perché Esercito della Salvezza?
“Perché”, dice l’artista, “quando tutto è perduto, c’è un’ultima luce che brilla. Ma niente di troppo eroico o trionfalistico. Nessuna anima da salvare. Più… un’armata Brancaleone”